01/12/2019 – Ri-Make

Obiettivo – Riunione del tavolo di lavoro sui Regolamenti:

  • Incontro politico-operativo per lavorare sull’emendamento dei regolamenti dei beni comuni, aggiornandoci e discutendo sul lavoro fatto a Torino, alla scuola Open Source e in altre sedi.
  • Chiacchiera sugli incontri che avremo con Labsus 4, 6-7 dicembre a Bologna.

Situazione Torino – Riassunto:

Salviamo Cavallerizza ci riferisce per conto del Coordinamento dei beni comuni della città di Torino, di cui fa parte, che lunedì 2 dicembre 2019, si aspetta che venga votato il “Regolamento per il Governo dei Beni Comuni nella Citta’ di Torino”. Tuttavia, l’approvazione di questo regolamento potrebbe favorire un processo di privatizzazione tecnica dei diversi spazi, oltre che la trasformazione distorta di un uso civico in un “negozio civico”, quasi fosse un contratto (come spiegato nel documento già pubblicato da Cavallerizza 14.45: https://cavallerizzareale.wordpress.com/2019/07/17/ccomunicato-congiunto-luso-civico-non-e-un-negozio/).

Il Regolamento in questione è stato steso senza un processo di discussione pubblica, in quanto il Comune ha preferito affidarsi agli esperti del progetto Co-city. Questi ultimi sono partiti da un principio teorico secondo cui gli strumenti di diritto privato possono difendere i beni comuni sottraendo la gestione dal pubblico, secondo la logica “si privatizza contro la privatizzazione”. Questa proposta ha sollevato molte critiche, in primo luogo per la cancellazione del ruolo e delle garanzie del pubblico, nonché per il rischio di emersione di poteri privati forti, che facilmente nei modelli privatistici – e in particolare nella fondazione, che richiede una solida strutturazione economica – possono avere la prevalenza sulle componenti provenienti dalla comunità di riferimento.

Altr* aggiungono che il problema non è l’uso del diritto privato, ma il pericolo latente di sostenere l’emergere di comunità chiuse, mentalità proprietaria ed eventuali recinti, che costituiscono un rischio concreto da affrontare con idonei strumenti di governance. In tal senso, si ipotizza un ragionamento futuro sulle forme di proprietà collettiva (es., anche ripensando l’esperienza dei community land trust).

Una piattaforma cittadina (Coordinamento beni comuni) è stata avviata a Torino dai movimenti sociali per sfidare le modalità non partecipative di discussione del Regolamento, e aprire invece essi stessi un processo assembleare pubblico sul tema. Inoltre, il coordinamento ha contestato la natura privatizzante del Regolamento.

A oggi, al Consiglio sono stati presentati ottantacinque emendamenti, alcuni dei quali con l’ausilio dell’esperienza e competenza di realtà attive sul territorio torinese e nella rete nazionale. Tuttavia, nessuna modifica sostanziale è stata accettata.

Durante il percorso per l’approvazione di questo progetto di regolamento, si è verificato un incendio in Cavallerizza Reale. Questo avvenimento è stato strumentalizzato dalla Giunta per avviare uno sgombero ‘soft’ di Cavallerizza e accelerare il processo di approvazione del Regolamento. Lo sgombero, presentato come una misura necessaria per ragioni di sicurezza, rappresenta in realtà un primo passo verso la negazione dell’uso civico di Cavallerizza – richiesto già nel maggio 2018 e inspiegabilmente mai attuato – nonché di un piano di ristrutturazione che allo stato è ancora secretato (cfr. il comunicato stampa del 10/11/2019 di Salviamo Cavallerizza, in https://cavallerizzareale.wordpress.com/category/comunicato-stampa/). In merito, Attac Torino denuncia il rischio che “La Fondazione Beni Comuni farà da copertura all’ennesimo episodio di mani sulla città che avrà questo svolgimento: la Città conferisce la proprietà di Cavallerizza alla Fondazione, i soldi li mettono Cassa Depositi e Prestiti, Fondazione e Banca Sanpaolo, CRT e CRC (Equiter), per conto proprio e/o degli speculatori, e hanno già pronto – ma è tuttora segreto – il PUR, Progetto Unitario di Valorizzazione (sic!) del compendio Cavallerizza Reale, in attuazione delle previsioni del  Piano Regolatore.”

Viene ricordato anche che ciò che sta accadendo oggi a Torino è di estrema importanza per tutti i Movimenti dei Beni Comuni in Italia perché, se approvato, questo Regolamento costituirà un precedente per la privatizzazione come “innovazione legale per proteggere i beni comuni” (modo in cui la fondazione bene comune e gli altri strumenti di stampo privatistico sono presentati alla comunicazione pubblica).

Per queste ragioni, si invitano tutte le realtà della rete a rilanciare entro oggi il comunicato diffuso dal coordinamento (https://www.facebook.com/notes/coordinamento-beni-comuni-torino/quando-tutto-sar%C3%A0-privato-saremo-privati-di-tutto/127897825321883/ ), che ha chiamato un presidio il giorno dopo, lunedì 2 dicembre ore 14.00.

Incontro 6-7 dicembre a Bologna:

E’ in programmazione l’evento “Un Patto tra le città per l’immaginazione civica e la cura condivisa dei beni comuni”, organizzato il 6-7 dicembre a Bologna dalla Città di Bologna, Labsus, Anci, Asvis e Fondazione per l’Innovazione Urbana. In particolare, l’invito è venuto dalla Fondazione Innovazione Urbana, che si è mostrata interessata al contributo delle realtà di base operanti sui territori e si è sforzata di coinvolgere queste ultime nel percorso.

L’idea di fondo dell’evento è di creare una rete tra i municipi per l’immaginazione civica e la cura condivisa dei beni comuni. Tuttavia, il 6 dicembre ci sarà anche un momento di discussione, in cui sarà possibile portare il contributo – anche critico – della rete nazionale dei beni comuni (del resto, viene ricordato che le criticità dei patti sono uno dei punti all’ordine del giorno del 6).

La presenza della rete è particolarmente opportuna anche perché l’incontro si innesta all’interno di un processo delicato in corso anche nella stessa città di Bologna, dove le modalità partecipative proposte dall’Amministrazione per i bandi trovano difficoltà a dialogare con i modelli cooperativi di autogestione che sono presenti sul territorio. In particolare, una rete di realtà sta proponendo – con trattative ancora molto incerte – una forma alternativa al patto di collaborazione, che non consiste nell’assegnazione dello spazio, ma nell’investitura ad un soggetto collettivo (garanti, delegati delle realtà, comitato di scopo o altro) del mandato di scrittura di una dichiarazione d’uso, terminata la quale saranno riconsegnate le chiavi e si aspetterà il riconoscimento dell’uso civico e collettivo urbano.

In merito, si propone di elaborare un documento che possa essere presentato da chi andrà, e si iniziano a enucleare alcuni punti :

  • la temporalità breve dei patti scoraggia l’attivazione di progettualità di lungo periodo, ma anche il coinvolgimento della comunità, che stenta ad avvicinarsi se sa che si tratta di un esperimento a breve termine;
  • la difficoltà di coniugare le responsabilità individuali assunte con la firma del patto con l’uso non esclusivo del bene, da parte della collettività;
  • il tema della creazione di un Ufficio dei beni comuni. La misura da un lato risulta onerosa per i Comuni, dall’altro rappresenta un’interfaccia necessaria tra i “cittadini attivi” e l’Amministrazione;
  • il rifiuto dei comuni – nella maggior parte dei casi – di assunzione di qualsiasi onere riguardante le utenze, la manutenzione straordinaria o le responsabilità, pur in presenza di una redditività civica della sperimentazione;
  • la trasparenza, che dovrebbe tradursi non solo in una semplice pubblicità, ma anche in un’esposizione chiara, leggibile e sistematica delle informazioni (es., sarebbe utile avere sul sito un elenco dei patti di collaborazione e dei beni su cui è possibile stipularne);
  • la previsione di norme sulla partecipazione e co-progettazione che non ostacolino la virtuosa cooperazione tra i proponenti, in luogo della competizione;
  • prevedere la possibilità di riconoscimento di nuove soggettività, anche informali, che possono attuare forme di amministrazione condivisa del bene (ad es., le assemblee di autogoverno). Questa libertà di forme è, per le realtà, uno strumento importante per favorire il coinvolgimento del territorio;
  • prevedere forme di monitoraggio più complete, che coinvolgono una molteplicità di soggetti, e non devono avere solo lo scopo di verificare l’utilità del patto per l’Amministrazione. Ad esempio, si possono coinvolgere i soggetti che non hanno ottenuto la stipula del patto, monitorando anche i ‘patti non fatti’.

Proposte di emendamento al prototipo Labsus

Si propone la lettura – come inizio di lavoro – del Regolamento della Scuola Open Source elaborato a San Vito dei Normanni: http://www.lascuolaopensource.xyz/blog/il-metodo-favoloso . Possiamo provare a proporre emendamenti puntuali o commenti generali.

Oltre ai punti di intervento chiariti sopra, viene proposto di esprimere chiaramente almeno due punti:

  • il riconoscimento dei beni comuni come beni comuni ‘emergenti’ non solo in quanto funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali, ma anche in quanto rivendicati come tali dalla comunità;
  • la previsione esplicita che gli organi assembleari di autogoverno possano (se previsto dalle dichiarazioni di uso) essere riconosciuti come organi di riferimento per la gestione del bene, senza dover svolgere funzioni di intermediazione con soggetti che li rappresentano (negozio civico descritto dal reg di torino) né del comune quale ente esponenziale

Punti Vari:

  • C’è bisogno di fornire di strumenti di comunicazione come Rete Nazionale, perché le nostre posizioni siano chiare e leggibili almeno da chi ha interesse a dialogare con noi o comunque politicamente tiene in considerazione il contributo della rete. Sarebbe anche utile riprendere la proposta di fare la pagina Facebook e un sito, che funzioni come archivio e che possa ospitare una mappatura delle realtà della rete.
  • Si riporta che la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dal Comitato Rodotà ha raggiunto le firme necessarie, anche se la loro regolarità deve essere ancora verificata. deve ancora esserne verificata la ed e passata a un processo de verifica, con due articoli aggiunti sul medio ambiente proposti dal M5S. In tal senso, vengono riportate le posizioni critiche già espresse da alcune realtà della rete (http://www.exasilofilangieri.it/appello-benicomuni/) e la proposta dialogica che verrà articolata dalle plenarie dell’assemblea nazionale, a partire da quella di Venezia: http://www.exasilofilangieri.it/report-terzo-incontro-della-rete-nazionale-beni-comuni-emergenti-e-a-uso-civico/ . Viene anche sottolineato che un elemento essenziale della protezione dei beni comuni è incidere sui processi di cartolarizzazione, e in tal senso una legge nazionale che voglia tutelare i beni comuni dovrebbe occuparsi anche di superare l’attuale disciplina sulla cartolarizzazione
  • c’è ancora da ragionare su come assicurare l’orizzontalità reale e la tutela delle minoranze nelle forme assembleari;
  • si deve considerare che i funzionari pubblici dovrebbero avere una formazione speciale sui beni comuni.

Altre proposte

  • Avviare una campagna per la realizzazione e raccolta dei ‘dossier’ degli spazi: un processo di raccolta di numeri e documenti sulle attività di rilievo sociale e civile di ogni iniziativa di ognuno dei nostro spazi per mettere in evidenza il valore di tutto quello che si svolge all’interno delle nostre esperienze, e valorizzarne la redditività civica. Questo si pensa anche come un invito a tutte quelle realtà che, muovendosi su strade diverse per obiettivi non dissimili, hanno stipulato patti di condivisione o hanno adottato altri strumenti. In questo modo potremmo creare un fronte per l’altra valorizzazione più ampio, unendo approcci diversi in questa comune rivendicazione.
  • Scrittura comune di un calendario di tutte le attività.

Decisioni

  • Fare circolare, possibilmente entro la giornata di domenica 1, il comunicato “Quando tutto sarà privato saremo privati di tutto” del Coordinamento Beni Comuni Torino, a traverso le reti sociali degli diversi spazi che aderiscono alla Rete, per cercare di fare pressione nei confronti dei consiglieri comunali, per richiamare la loro attenzione sui rischi che presenta alcune figure di “gestione” all´interno del regolamento.
  • Partecipare alle giornate del 6-7 dicembre, presentando anche le criticità applicative degli strumenti esistenti, rilevate dalle realtà della rete
  • creazione di un google drive della rete, a partire dall’account benicomuni.incomune@gmail.com, con una rubrica condivisa;
  • Creare la pagina FB della “Rete Nazionale Beni Comuni emergenti e ad uso civico e collettivo urbano”

https://www.facebook.com/Rete-Nazionale-Beni-Comuni-Emergenti-e-ad-Uso-Civico-108573490623550/?__tn__=K-R&eid=ARD0k6a1rZBEq6IEgnQ5q_Zm6oATgh6ImQZA7qnSboP6ragPg_0MzmoLVaJ2bd_xZiiFsFVJxTShXVEa&fref=mentions . Cercansi editor all’interno della rete e ‘like’ alla pagina!

Prossimi Eventi

  • 29 Dicembre: Cavallerizza Irreale ha chiesto a l’Asilo di indicare al suo interno qualcun* che possa fare un intervento di restituzione come rete nazionale, nell’evento dedicato all’esperienza di Cavallerizza: “ESTINZIONE IRREALE. Una giornata dedicata al progetto Cavallerizza Irreale ospiti del museo d’arte contemporanea MACRO Asilo di Roma” dove si presenterá “L’esperienza di Cavallerizza Irreale di Torino – attiva dal 2014 – è una storia di resistenza (contro) culturale e artistica nata per salvaguardare un immobile di pregio protetto dall’Unesco e gestirlo come Bene Comune (…)”. L’evento prevede:
    • Testimonianze e interventi di membri della Comunità Creativa della Cavallerizza Irreale
    • Intervento di esperti della Rete nazionale per i Beni Comuni.
    • Proiezioni, videoclip, short-doc, performance Proiezioni, videoclip, short-doc, performance, dibattito.

*Si riporta alla rete dell’invito (anche se il programma è stato già annunciato). Viste le difficoltà della questione, si solleva l’esigenza di ridiscutere la partecipazione, cercando di capire (se ci sono ancora le condizioni per farlo) come possiamo costruire l’intervento nel modo più condiviso possibile.

  • 25 gennaio: Comune di Bagno a Ripoli, Firenze, invita a un incontro su i beni comuni, dove si parlerà anche di cooperative di comunità, usi civici e collettivi urbani, beni comuni ambientali. Diverse realtà fiorentine saranno presenti, tra cui Mondeggi Bene Comune.
  • Prossimo Incontro della rete – 4to Incontro Nazionale, 1 e 2 Febbraio a Milano realtà potenzialmente interessate e ospitanti  Ri*Make, Macao e attac Saronno Lume, Lapsus e altre. Si ipotizza di organizzare il 31 gennaio una serata,magari coordinata anche con altri spazi della rete, in modo da lanciare le giornate di discussione pubblica anche alla comunità più ampia dei fruitori dei beni comuni e della cittadinanza in genere.

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Macao 02/12/2019

Tavolo giuridico

Il Tavolo si era dato due ordini del giorno:

1) proseguire il lavoro iniziato incontro a Venezia, lavorando su delle proposte di punti che chiediamo di introdurre in qualsiasi proposta di legge sui beni comuni. In particolare, attualmente il riferimento è soprattutto alla proposta di iniziativa popolare, ripresa dal testo della Commissione Rodotà e alla proposta presentata dalla senatrice Nugnes, elaborata con l’apporto scientifico di Paolo Maddalena;

2) ragionare su emendamenti condivisi sui beni comuni, da proporre ai singoli enti locali che pongono in discussione propri Regolamenti sul tema.

Sul Regolamento:

Vista la necessità di tempi più lunghi per l’approfondimento, il tavolo decide di rinviare il tema al prossimo incontro ad aprile, dandosi un programma di lavoro:

– fino a metà febbraio procedere a una condivisione più ampia dei materiali già circolati nella Rete, chiarendo meglio i nodi problematici nelle diverse realtà di riferimento;

– fino a fine febbraio, proseguire in mailing list con una fase di commenti sulle bozze esistenti (si può chiedere l’iscrizione alla mailing list a benicomuni.incomune@gmail.com);

– darsi altri 20 giorni per elaborare una bozza finale su cui lavorare;

– sciogliere i nodi più problematici con specifiche riunioni telematiche e finalizzare un testo da approvare ad aprile.

Chiariamo subito che la logica di questa assemblea è quella di proporre degli strumenti che riconoscano la logica autonomica delle comunità, e possano essere usati dalle stesse in base ai loro bisogni, senza costituire un prototipo preconfezionato.

Quindi, la cornice di riferimento non deve essere necessariamente quella del Regolamento per la cura, la rigenerazione e la gestione condivisa dei beni comuni urbani. Questa può essere una scelta pratica, nel caso in cui questo tipo di regolamento sia già in corso di approvazione negli enti locali (come accade, di fatto, spesso). Tuttavia, anche a seconda delle idee e del contesto locale, si può pensare che la sede più adeguata per pensare questi emendamenti siano i regolamenti sulla partecipazione, o quelli sul patrimonio, o anche altri.

L’idea è concepita come molto pratica, cioè di proporre quattro/cinque semplici emendamenti da modulare in base al contesto e presentare là dove si pone in discussione l’approvazione di atti normativi che hanno a che fare con i beni comuni, o possono avervi a che fare su istanza della comunità. Questo è utile perché nella maggior parte dei casi non ci sono i tempi per partire direttamente ex novo, e si rischia di perdere opportunità importanti.

Sugli input per le proposte di leggi nazionali:

Il tavolo prosegue il lavoro iniziato incontro a Venezia, lavorando su delle proposte di punti che chiediamo di introdurre in qualsiasi proposta di legge sui beni comuni. Alcuni di questi punti vengono approvati, o approvati con modifiche, altri rinviati a ulteriore discussione.

Si chiudono i seguenti punti, poi approvati in plenaria con la decisione di pubblicarli definitivamente il giorno 17 febbraio 2020, anniversario della fondazione della Rete. Si accettano proposte su chi vuole curarne il lato grafico e le modalità di pubblicazione. Nel frattempo, si girano i punti alla rete e si dà tempo fino al 17 febbraio per una correzione dei soli errori materiali:

Vedi i punti pubblicati il 17 febbraio

Discussioni future

Si riportano ulteriori indicazioni emerse per le discussioni future:

● Ci si ripropone di tornare sul punto riguardante le sanzioni penali: “D) Coloro che si prendono cura dei beni comuni secondo criteri di inclusività, mutualismo e solidarietà svolgono una funzione di alto valore sociale. Pertanto, ogni violazione di legge penalmente perseguibile andrà valutata alla luce della presenza di un concreto danno a un valore costituzionale”. Il punto richiede un’analisi più attenta, per la sua particolare rilevanza: l’idea di una depenalizzazione del reato di occupazione (stabilendo una casistica) è interessante politicamente anche perché si collega all’amnistia rispetto a tante altre lotte sociali. Si rileva, da un lato, che sarebbe utile identificare le specifiche disposizioni penali di cui si chiede l’approvazione. Dall’altro lato, occorre circoscrivere appropriatamente la previsione, che in questo modo è troppo vaga e non risponde ancora a quello che si intende affermare;

● Introdurre un riferimento all’art. 43 Cost.;

● Separare il discorso sull’introduzione dei beni comuni nella legge ordinaria, rispetto a quello sulla riforma del demanio, che andrebbe affrontato con maggiore approfondimento;

● Valorizzare la funzione sociale della proprietà, e solo da questo ragionamento può venire a cascata un ragionamento sulle responsabilità, sui diritti d’uso, sul soggetto gestore… Si possono anche ipotizzare limitazioni delle facoltà legate alla proprietà stessa. Ad esempio, si ragiona a partire dall’esempio uruguaiano su:

○ forme di legittimazione dell’uso e gestione collettiva di beni abbandonati (anche ragionando sulle servitù). Sono state fatte anche ipotesi di espropriazione, anche a partire dalle norme esistenti nel codice civile; eppure, lo strumento è difficilmente utilizzabile nella pratica, perché oggi la giurisprudenza interna e internazionale pone la necessità che per l’espropriazione sia corrisposto un indennizzo parametrato al valore di mercato. In Uruguay, dove esistono forme di espropriazione (nel caso in cui il proprietario non paghi le tasse e provochi un deprezzamento del bene), ci sono dei profili ancora molto discussi, come quello relativo alla successiva proprietà del bene: se viene semplicemente messo all’asta, c’è un rischio di ri-privatizzazione. Per questa ragione, si sta ragionando su diverse modalità di gestione comunitaria di questi beni;

○ si può iniziare a ragionare sulla fiscalità, quindi tassare ipotesi di abbandono e abuso della proprietà (es., anche per coprire gli oneri che l’istituzione deve sopportare per rimediare ai possibili danni che può provocare un bene abbandonato);

● Nella medesima direzione, stabilire requisiti in presenza dei quali beni di proprietà privata possono essere considerati beni comuni. Ad esempio, l’apertura nell’uso e nella gestione, l’inalienabilità o comunque il mantenimento della medesima destinazione d’uso in caso di vendita, e tante altre;

● Immaginare forme di decisione sull’uso del territorio che restituiscano la parola agli abitanti in modo più netto. Es., anche migliorando gli strumenti di partecipazione alla formazione dei piani urbanistici;

● Costruire ponti con i campi dell’innovazione sociale e economia della cultura, che stanno costruendo indicatori adeguati per la redditività civica, e in particolare sugli impatti economici indiretti e sugli impatti di coesione sociale. Sono strumenti che vengono portati normalmente sui tavoli con gli amministratori pubblici e possono essere molto utili;

● Evitare il meccanismo della delega al governo, rischiosa sul tema dei beni comuni;

● Il bene comune è qualcosa di diverse dal concetto di proprietà pubblica e privata, bisogna capire come tutelare l’inalienabilità del bene comune.

Alcuni elementi per costruire un glossario comune nelle future discussioni:

Siamo d’accordo sul fatto che che qualsiasi definizione che si dia dei beni comuni deve essere capace di tenere conto della natura dinamica del discorso dei beni comuni emergenti. Inoltre, non può esserci un unico elemento a qualificare il bene comune, ma almeno questi quattro:

1) i beni comuni sono funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e dei bisogni sociali rilevanti.

2) i beni comuni devono prevedere una gestione diretta o, dove possibile, partecipata da parte della comunità di riferimento. Quindi, riprendendo e adattando la definizione di Nervi, si può indicare che la comunità deve avere potere decisionale su: 1) la strutturazione dei locali e il loro allestimento, con la contestuale predisposizione dei mezzi che possono garantire lo svolgimento delle attività; 2) la calendarizzazione e il coordinamento delle attività che quotidianamente si svolgono; 3) la predisposizione del necessario supporto logistico, tecnico e comunicativo; 4) l’acquisto, il recupero e l’autocostruzione di tutti i materiali e mezzi necessari; 5) le adesioni ad altri progetti e in generale i rapporti esterni in cui rileva la rappresentanza della comunità, quando diversa da quella dell’ente proprietario; 6) le operazioni di finanziamento.

3) Quale che sia l’ente gestore, la gestione di un bene comune deve essere fondata sull’antifascismo, antisessismo e antirazzismo e rispettare principi di uso non esclusivo, pubblicità, orizzontalità, democraticità e porta aperta.

4) deve essere ammesso l’uso civico e collettivo dei beni comuni da parte della comunità di riferimento – intesa come comunità necessariamente aperta, diversamente da tanti usi civici tradizionali – come strumento di ripensamento della proprietà.

Tavolo Economico + Tavolo Acquisti Collettivi

Durante la sessione di chiusura di lavoro del primo febbraio 2020 a Macao, si è concordato di fondere il tavolo economico con il tavolo sugli acquisti collettivi. La sessione di lavoro di questo tavolo misto si è avviata individuando 7 punti di riflessione da approfondire che sono emersi il giorno precedente delle discussioni dei tavoli.

1. Unire, coordinare reti e filiere economiche:

Alcune delle realtà che fanno parte della rete sono dei beni comuni produttivi che svolgono attività agricole, trasformative e di artigianato, e che per la loro natura economica si devono confrontare con la grande distribuzione, scontrandosi in materia di principi e pratiche. Perciò, diventa imperativo lavorare verso la costruzione e il coordinamento di filiere economiche più corte, giuste, solidali e partecipate.

§ Separarsi della grande distribuzione organizzata.

– Redistribuzione di chi segue la filiera economica produttiva (cucina, uso dei prodotti della filiera solidale) e redistribuzione organizzata.

– Spazi beni comuni come punti di distribuzione dei prodotti delle filiere alternative.

– Articolare filiere con le cucine popolari.

– Assemblee Nazionali e altri incontri come snodi della distribuzione (scambiare prodotti).

§ Retribuzione del lavoro di cura.

– Dare valore al lavoro riproduttivo.

§ Sfida: Avviare una produzione industriale più grande, per non rimanere solo nell’artigianato.

– La sfida delle filiere più autonome.

§ Rendere trasparenti i prezzi.

– Creazione dei prezzi.

– Conciliare l’istanza politica con la richiesta di prezzi popolari.

– Comunicare perché a volte i prezzi sono leggermente più alti (per una causa sociale).

§ Cassa di Solidarietà.

– Percentuale di ogni transazione.

§ Pratiche per ‘alzare lo sguardo’ dei GAS:

– Patti con prezzo sorgente/trasparente che alimenta Fondi di Solidarietà.

– Patti Adesso Pasta (filiera completa + 60 GAS).

– CSA – Sistema di Garanzia Partecipata.

– Empori di (Inter)Comunità.

– Sistemi Comunitari di Scambio con monete sociali.

– Economia Circolare.

§ Appuntamenti di interesse:

– Rete dell’economia di lavoratori e lavoratrici (Andalusia – novembre).

– Forum economie trasformative (Barcellona- giugno).

2. Costruire una economia dei Beni Comuni:

Quali sono le logiche, i mezzi di (ri)produzione e le pratiche per far emergere un’economia dei beni comuni?

§ Andare oltre l’economia di scambio: suddividere i proventi delle attività economiche tra chi lavora e chi fa parte della comunità, altre parti per gli scambi e le singole iniziative.

§ Approfondire sull´economia del dono:

– L´economia dei beni comuni non si contrappone ad altre pratiche.

– Condivisione – dono – controdono.

§ Pratiche di Produzione e Riproduzione:

– Mutualismo.

– Pensare a un modello di Redistribuzione: Coproduzione e sostegno di più progetti, per evitare disuguaglianza tra il reddito generato dalle diverse attività.

– co-produzioni che coinvolgono e mettono in rete i diversi Attori.

– Creare un portafoglio comune/casse comuni alimentato da una percentuale di ogni attività/progetto.

– accesso gratuito ai mezzi di produzione.

– sganciare il reddito dal lavoro (basic income).

– condivisione delle competenze.

– rotazione dei compiti/lavoro vs divisione del lavoro.

§ L’importanza dello spazio per pensare la produzione e la riproduzione dei Beni Comuni.

– Ottenere i permessi regolari per attività all’interno dei beni comuni (come la SCIA per svolgere le attività economiche).

– riappropriarsi anche delle piazze, non rinchiudersi negli spazi occupati e fare vertenze per riappropriarsi di beni comuni.

§ Azioni strategiche:

– Autoformazione su temi di interesse dei Beni Comuni.

– Autonarrazione, comunicazione e diffusione come atto politico.

– Collegare le attività produttive alle cause sociali (per esempio, la produzione di Alcolici di Rimaflow in coproduzione con l’Archivio della resistenza – es., Amaro Partigiano).

§ Per approfondire:

– Modello E.Mance – Brasile Solidales: le plusvalenze dei Circuiti economici solidali di un territorio si versano in un Fondo di Solidarietà che retro-alimenta tre forme di scambio: compra-vendita, baratto e dono.

– Modello Ecovillaggi (Incontro di rete e di reti).

– Riemersione dei LETS (Local Exchange Trade Systems: in Italia Banche del Tempo) tramite i “Terzi luoghi” (empori solidali, monete alternative, ecc.), luoghi intermedi.

– Fare sindacato per riappropriarci dei beni comuni e per autofinanziarsi.

– Quale sarebbe l’impatto di una Economia dei Beni Comuni a livello Macroeconomico? Alternativa monetaria?

3. Cassa mutua:

Riflessione da fare in rete, creazione di un fondo per fornire assistenza ai diversi beni comuni, pensarlo forse come uno strumento di welfare.

§ Come mettere insieme risorse per una cassa comune?

– Per quali obiettivi condivisi?

– Gestito in quale maniera?

– In quale forma?

· Portafoglio Comune oppure Prestiti?

· Prestiti diretti: Risparmi – Interessi?

§ Relazione tra centralizzazione e decentralizzazione dei fondi della cassa comune.

§ Non limitarsi agli aspetti tecnici, ma concepire il tutto come un processo di apprendimento per fare sistema e costruire un progetto politico comune.

4. Azioni Grosse e proprietà

Strategia da concepire e adottare verso la sfida di grandi acquisti, tanto di beni immobili – per immaginare una gestione aperta della proprietà – quanto come di grandi macchinari per la produzione.

§ Andare da Banca Etica come rete per creare coscienza dei modelli dei Beni comuni e cercare di provare a cominciare un percorso insieme.

§ Individuare cooperative di banche etiche in rete in Europa, studiare i rapporti con le MAG

§ 5×1000, bisogno di sensibilizzare il territorio.

§ Cercare la inalienabilità del bene immobile che accoglie i beni comuni, ma anche di quelli che posso essere appropriati dal capitale

5. Fonti di finanziamento

Diversi obiettivi guidano l’interesse nella ricerca di finanziamento. Anche se non c’è ancora un consenso su come procedere in rete tra le diverse realtà di beni comuni, visto che ogni comunità sviluppa il proprio ragionamento, l´idea comune rimane “aggredire i soldi che non abbiamo”.

§ Dialettica tra orizzonte e passi intermedi

– Ibridazione tra Il mondo che vorremo e i passi intermedi da percorrere

– Articolare questi due livelli di maniera sistemica.

§ Sottrarre soldi al mercato da immettere nei beni comuni (come riappropriazione di soldi nostri).

– Riappropriazione / Fondi, Interdipendenza e Autonomia – Riflessioni su chi prendi i soldi.

§ Fare domanda per bandi europei e simili, rimane una scelta di ogni spazio.

– Opportunità per valorizzare le competenze acquisite grazie alle attività sviluppate all’interno degli spazi.

– Attenzione a non cadere nella codipendenza.

§ Cassa mutua:

– Potrebbe permettere di uscire dal solo ciclo: feste/mense/bar.

– Con gestione collettiva, assembleare.

§ Riappropriazione dei mezzi / spazi di (ri)produzione.

§ Crowdfunding.

§ Vendita autoproduzioni.

– appoggiare diverse cause sociali, politiche.

– riappropriazioni delle piazze.

– portare fuori degli spazi quello che facciamo.

§ Project financing, Banche, Fondazioni, MAG, microcredito; però mantenendo autonomia.

§ Welfare autogestito.

§ Vertenza / rivendicazione.

§ Collegare la prefigurazione dell’immaginario trasformativo ai mezzi per supportare le vite quotidiane

6. Dossier delle attività negli spazi – Documenti di Supporto della Redditività civica:

Dossier di redditività civica come azione politica strategica per arrivare a un ragionamento comune sugli impatti nei territori.

§ Approfondire lo studio sui i metodi di misure e valutazione dell’impatto/Bilancio Sociale delle attività che si svolgono dentro e grazie ai Beni Comuni in diverse sfere (sociale, economica, urbanistica).

§ Dossier di redditività civica: Co-costruire indagini, survey, questionario sulle attività dei singoli spazi.

– Quanti metodi esistono? Quali metodi usare?

– Sforzo di Autonarrazione e Comunicazione come azione politica/ strategica.

– Mantenere il focus sulla ‘redditività civica’, provare come la gestione dei beni comuni conviene alle Amministrazioni locali.

· Efficienza allocativa

– Studio dell’impatto sociale delle singole realtà (bilancio sociale).

§ Messa in comune delle mappature e indagini già fatte dalle singole realtà e dei metodi usati.

§ Indirizzare i ricercatori e le ricercatrici negli spazi adatti per far crescere gli studi sugli spazi per creare altri tipi di dossier.

Proposte di Workshop/Webinar da organizzare insieme:

📷 Come creare un punto di distribuzione per fare spaccio dei prodotti delle realtà produttive della Rete. Bisogno di creare punti di distribuzione. Trattare anche argomento relativo alle pratiche di creazione di prezzi e buone pratiche

o In collaborazione con Marco (Scup) e Gianni (Bread&Roses)

📷 Questionario per la Redditività Civica, come creare e gestire un archivio

o In collaborazione con Gianni (Bread&Roses) e Ana Sofía (L’Asilo)

📷 Avvicinamento alle pratiche della rete italiana di economia solidale, trattando argomenti come: Monete Locale, Banca del tempo, Local Exchange Trade Systems (LETS), luoghi intermedi, ecc.

o In collaborazione con Jason (RIES)

📷 Discussione Politica su come procedere in tema Azione Grosse, Acquisti Piccoli e Acquisti Grandi

o In collaborazione Roberto (Scugnizzo) e Emanuele (Macao)

📷 Co-Creazione di Programma di Autoformazione sui Beni Comuni, condivisione di pratiche e competenze.

o In collaborazione con Gregorio e Ana Sofía (L’Asilo)

Tavolo urbanistica

Il tavolo continua a discutere sui temi oggetto dei webinar di autoformazione e degli incontri precedenti della rete nazionale. In particolare:

1) sulla possibilità che il piano preveda l’uso civico dei beni comuni attraverso gli standard urbanistici e le destinazioni d’uso;

2) sulla necessità di ripensare la valutazione ambientale strategica per mettere in luce il valore dei beni comuni e per tutelare l’aspetto ecologico di uso della città;

3) I beni comuni ad uso civico dovrebbero introdurre un nuovo sistema di valutazione del patrimonio fondato non sul valore di scambio, ma su quello di uso.

4) Le comunità che auto-gestiscono i beni comuni hanno la necessità di dotarsi di strumenti di regolamentazione e di riconoscimento del valore di auto-recupero realizzato negli spazi.

Silvia spiega come l’esperienza di gestione dell’expostModerno li abbia posti di fronte la questione degli standard urbanistici che a Bari non raggiungono la quota di realizzazione prevista oppure vengono pensati secondo usi che non sono più compatibili con le esigenze della comunità. È necessario quindi introdurre uno standard che si potrebbe chiamare di diritto alla città. Per questo è necessaria una valutazione e monitoraggio dello stato di realizzazione degli standard per colmare quella quota mai realizzata.

Viene posta l’attenzione sulla necessità di cambiare i parametri di valutazione dei beni che diventano beni comuni ad uso civico, da sottrarre ad una valutazione di tipo monetaria che pesa sulla questione del debito e del danno erariale.

Olmo chiedeva se fosse possibile pensare all’utilizzo dello strumento del vincolo conformativo sui beni comuni (facendo riferimento al Codice dei Beni Culturali), in quanto strumento graduale di vincolo al bene comune (oggi culturale) rispetto alla esclusiva disponibilità del bene a prescindere dalla natura pubblica o privata dello stesso. L’aspetto interessante della legislazione e degli strumenti esistenti creati per la tutela del patrimonio risulta quello di poter combinare la specificità del bene con un approccio che integra diverse scale operative che vanno dal molto piccolo fino al patrimonio paesaggistico. Già riconosciuta dalle numerose carte del restauro e parzialmente adottata a livello legislativo è la dipendenza dell’attributo “valore culturale” dalla comunità di riferimento [può essere utile approfondire a questo proposito il concetto di comunità di eredità introdotto dalla Convenzione di Faro, che in Italia è in corso di adozione, legittimando la comunità alla cura e la gestione attiva del patrimonio culturale] l’integrazione in qualsiasi operazione sullo stesso di un approccio legato al contesto (si veda la connessione del concetto monumentale al tessuto urbano secondo le carte di Venezia, successiva estensione al contesto ambientale secondo quella di Machu Picchu, l’esplicito riferimento a beni comuni e modelli di gestione nella carta europea del patrimonio architettonico di Amsterdam ed infine la prevista partecipazione inserita nell’aspetto gestionale nella carta di Cracovia legata al processo realizzativo delle governance multilivello europee). Punto focale del discorso risulterebbe, quindi, quello della revisione degli strumenti esistenti, forte degli accordi internazionali citati, in grado di attribuire valore patrimoniale ai beni urbani e territoriali vincolandone conseguentemente determinati aspetti alla fruizione e uso pubblico o comunitario. Altro punto di sostenibilità la già prevista compensazione di tali vincoli attraverso gli sgravi fiscali, in grado di eludere la problematica delle risorse finanziarie necessarie all’esproprio. L’aspetto che pare più interessante è quindi la possibilità di costruire paesaggi multi scalari di beni comuni entro i quali non sussista la dicotomia ma una gradualità di vincolo secondo campi che integrano la sostenibilità culturale e ambientale.

Sul tema dell’auto-recupero suggerisce di approfondire le linee guida della regione Toscana e le successive applicazioni nel campo del sostegno al diritto all’abitazione. Rispetto all’autocostruzione negli spazi pubblici fa presente l’esperienza in corso di auto-costruzione e auto-progettazione dell’arredo stabile di un giardino a Firenze in collaborazione fra comitati locali, università e comune che stanno sperimentando una via per certificare il prodotto secondo varie fasi.

Nell’ambito degli standard si fa notare come la loro effettiva realizzazione in molte città venga computata funzionalmente ai progetti speculativi producendo comunque spazi a bassa vivibilità ma senza lasciare appiglio al parametro degli standard e come la loro introduzione nel ‘68 sia in realtà già stata un tentativo di realizzazione del diritto alla città secondo parametri normativi quantitativi e omogeneizzanti il cui principale difetto rimane il paternalismo nel metodo decisionale legato ai progetti urbani. Inoltre ricorda come l’attuale tendenza del mercato edilizio non sia volta verso l’espansione ma verso la gentrificazione e come la pianificazione urbana rappresenti già un opera di vincolo rispetto il diritto di costruire in virtù della natura comune del bene territorio in cui però gli effetti di scala della pianificazione forniscono maggiore agibilità ai grandi attori speculativi.
A questo proposito, si potrebbe approfondire l’analisi rispetto a come gli standard vengono calcolati e realizzati, ed effettivamente soddisfano i bisogni delle comunità urbane, in caso di progetti non espansivi ma di sostituzione e trasformazione interna alla città (cambi di destinazione d’uso, Piano Casa, interventi urbani in deroga al piano regolatore, etc)

Viene ricordato come Cassa depositi e prestiti gestisce fondi che originariamente dovevano servire a coprire gli interventi di interesse collettivo delle amministrazioni tra cui anche la realizzazione degli standard urbanistici.

Gli standard devono essere uno strumento per aprire la discussione sul tema della trasformazione del territorio e della difesa dello spazio pubblico. Può diventare occasione per includere più soggetti e quindi creare maggiore partecipazione nel ripensare e progettare la città. Si suggerisce di guardare agli esempi dell’urbanistica partecipativa, come il caso dei community plans di New York, cioè dei piani di resistenza pensati direttamente dai cittadini, su cui si avverte l’esigenza di creare un webinar di autoformazione, e allo strumento dell’urbanistica tattica per sviluppare forme di uso e modificazione dello spazio.

Adriana suggerisce come riferimento un testo di Tom Angotti New York for sail.

Nicola mette in evidenza la necessità – attraverso il ripensamento della funzione del piano urbanistico – di rivendicare lo spazio pubblico e impedire il consumo di suolo. In questa direzione deve essere riposta attenzione sugli standard urbanistici, che devono essere svincolati dagli interventi di espansione della città per cui erano originariamente nati. Bisogna concentrarsi sulla questione del debito degli standard. Lo spazio pubblico delle città è stato espropriato alla generazione attuale e a noi tocca riparare ai danni sociali, ecologici e spaziali che questa rapina ha causato. Pensare agli standard come una forma di riparazione e ricostituzione della città pubblica. Gli standard dovrebbero tradurre i diritti emersi nella contemporaneità tra cui innanzitutto il diritto alla città. Devono però essere elastici e prevedere strumenti di gestione e di governo a partire dalla riapertura dello spazio all’uso collettivo che ne può fare una comunità. Il piano potrebbe essere uno strumento per introdurre la cultura dei BC. Viene, infine, ricordata l’esperienza di Fiorentino Sullo che nel 1963 provò a realizzare la riforma urbanistica che prevedeva di separare il diritto di proprietà dal diritto di edificazione, la qual cosa avrebbe evitato i danni ecologici, sociali e ambientali dell’espansione edilizia. Una riforma urbanistica da allora non è stata più fatta e siamo fermi alla legge urbanistica del 1942. Emblematico è il fatto che nemmeno la riforma del codice civile, relativa alla proprietà, è stata portata avanti. La commissione Rodotà che aveva lavorato per una costituzionalizzazione del codice civile non è riuscita nell’intento. Dunque, manca una riforma dell’urbanistica e del codice civile (leggi precostituzionali del 1942) e siamo in assenza di una legge sul consumo di suolo e di tutela dei centri storici. Insomma a partire dai beni comuni si potrebbe rimettere insieme una discussione e un’azione articolata su più fronti: legge urbanistica, codice civile, legge sul consumo di suolo e legge di tutela dei centri storici.

L’urbanistica deve essere uno strumento per creare conflitto e mobilitazione su quello che sta accadendo nelle città, con interventi di sottrazione dello spazio pubblico, ad esempio come il caso del Reinventing Cities.

Al tavolo viene citata anche la questione della metropolitana di Milano come grande opera, che ha significato grossi investimenti e lavori di forte impatto sul territorio. Anche i trasporti pubblici potrebbero diventare bene comune e quindi essere ripensati da parte della comunità.

Si riflette sul fenomeno che ha portato la città da essere un luogo di produzione, a divenire prodotto da vendere attraverso operazioni che speculano sulla rendita di posizione.

Il tema dell’auto recupero pone la questione della responsabilità della realizzazione degli interventi. Si cita il tema della responsabilità diffusa nelle occupazioni in cui anche l’auto recupero diventa strumento di conflitto e di pressione politica per rivendicare l’esigenza di uso e di gestione di spazi. In altri casi la responsabilità diffusa viene risolta con la creazione di associazione di associazioni.

In conclusione vengono proposte le seguenti azioni:

– Continuare il lavoro sugli standard urbanistici e sulle destinazioni d’uso

– Lavorare sul tema del riconoscimento delle attività di autorecupero

– Ripensare la valutazione ambientale strategica

– Coinvolgere la società dei territorialisti, la rete di autorecupero (su cui ci sono tante tesi di dottorato), la rete di architette SLURP (che lavorano per il target bambini)

– Realizzare la formazione sull’urbanistica partecipata (community plan)

Presentazione e discussione della proposta di campagna “Riprendiamoci il comune” di Attac Italia

L’assemblea si apre con una discussione sulla proposta di campagna “riprendiamoci il comune”, di Attac Italia. La proposta viene presentata da Marco Schiaffino (Attac Italia), con la presenza di alcuni comitati locali, come Attac Napoli, Attac Saronno, Attac Torino, Attac Milano.

Il contesto

Il tema sono le trasformazioni avvenute nel ruolo del Comune, tradizionalmente inteso come luogo di prossimità della democrazia, e oggi diventato facilitatore dell’ingresso del mercato sui beni comuni e i servizi pubblici locali.

A questo è stata strumentale quella che, tanto Attac Italia quanto Cadtm Italia, definiscono la ‘trappola del debito’. Si è sollevata l’attenzione sul dato tecnico del debito pubblico per creare uno shock sociale che ha avuto l’obiettivo di far sembrare politicamente necessario quello che è socialmente inaccettabile, cioè la privatizzazione del patrimonio pubblico, che oggi viene progressivamente accettata dagli abitanti e dalle abitanti, soltanto in quanto viene presentata come inevitabile.

In realtà, con la ragione apparentemente tecnica del debito, sono state fatte passare misure di austerity che sono tutt’altro che neutre, dal punto di vista politico. Così come politiche sono le ragioni del debito, che è stato costruito, attraverso la liberalizzazione dei movimenti di capitale, la privatizzazione dei sistemi bancari, il progressivo abbassamento delle tasse ai più ricchi e l’affidamento della finanza al mercato.

In un rapporto del 2011, è la stessa Deutsche Bank a scrivere che gli enti locali dovevano diventare il veicolo prioritario per la privatizzazione. Questo lo si è ottenuto con l’applicazione del patto di stabilità interno (che è una peculiarità tutta italiana), che ha imposto agli enti locali una serie di vincoli nella spesa per il personale, per gli investimenti e persino per la spesa corrente. In questo modo, trovandosi con le casse vuote, gli enti locali sono costretti a svendere il patrimonio, o ad accettare il consumo di suolo per incassare gli oneri di urbanizzazione, che un tempo dovevano essere usati solo per gli investimenti, ma oggi vengono usati per ripianare la spesa corrente (oggi, paradossalmente, più che essere il privato a chiedere un permesso per costruire, è il pubblico che chiede di costruire). Oppure, attraverso lo strumento del project financing, il comune – che non può spendere – costituisce SPA con soci privati, in regime di utilità economica garantita.

Eppure, per capire quanto il patto di stabilità sia strumentale alla privatizzazione, basta pensare che, mentre i comuni oggi rappresentano solo l’1,8% dell’indebitamento complessivo, tra il 2009 e il 2015 hanno decuplicato il loro contributo al risanamento.

In questo quadro, Cassa Depositi e Prestiti, che gestisce il risparmio postale, e che fino al 2003 aveva come unico compito quello di concedere mutui a tasso agevolato per gli investimenti dei Comuni, oggi è stata trasformata in un “fondo sovrano” che, non solo finanzia i Comuni a tassi di mercato, ma fa da leva finanziaria per favorire la dismissione del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici.

La proposta

https://www.italia.attac.org/riprendiamoci-il-comune-2/

La proposta di Attac prevede:

1) una riforma della finanza degli enti locali, volta a contrapporre al pareggio di bilancio finanziario (che mette al primo posto la stabilità dei conti come decisa dal Trattato di Maastricht) il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere, prevedendo per questo voci di spesa incomprimibili, in quanto destinate a garantire diritti fondamentali.

2) la socializzazione di Cassa depositi e prestiti, intesa come pubblicizzazione e decentralizzazione, pur con dispositivi di compensazione territoriale. La sostenibilità economica della proposta è stata ben valutata: molte opere sono state costruite grazie a cassa depositi e prestiti, e lo stato ha mostrato di essere un buon pagatore, seppure con tempi spesso più lenti.

In generale, l’idea della campagna è innanzitutto per aprire un dibattito sul ruolo della finanza, con le realtà che operano sui territori.

Discussione sulla proposta

Si nota subito che il debito è una di quelle battaglie trasversali: ad esempio, nel caso dei beni comuni urbani, è importante per evitare la svendita dei beni che rivendichiamo (che di solito è una delle maggiori minacce alle esperienze di appropriazione collettiva).

Ad esempio, il caso torinese di Cavallerizza rende chiara la necessità di fare chiarezza su cosa intendiamo per beni comuni: questi ultimi non possono entrare in una logica di mercato, altrimenti si perde il controllo sulla destinazione del bene. Certo, possono esserci degli acquisti collettivi da parte dei movimenti, ma lì il tema diventa come si possono porre delle garanzie che evitino l’ingresso in una logica di mercato (ad es., l’inalienabilità e il mantenimento della destinazione d’uso). Lo stesso caso Cavallerizza, con il coinvolgimento di Cassa Depositi e Prestiti e dell’Università, mostra anche l’importanza di rivendicare un ruolo di interesse generale da parte delle istituzioni. In questo senso, la campagna su cassa depositi e prestiti è strategica, perché punta contro l’alleanza tra potere pubblico e finanza.

In altri casi si sono messi in atto strumenti di auditoria pubblica del debito. Nel caso di Napoli, il processo è stato istituzionalizzato con la Consulta pubblica di audit sulle risorse e sul debito della Città di Napoli.

Andrebbe approfondito anche il ruolo dell’agenzia del demanio: la sua metamorfosi va di pari passo con quella di Cassa Depositi e Prestiti, perché la legge sul federalismo demaniale ha reso il demanio strumentale al mercato.

Essenziale è anche attrezzarsi per ragionare sulla contabilità di stato: oggi i beni del patrimonio pubblico devono essere iscritti nel bilancio in base al proprio valore di scambio.

Prossimi passi

La proposta è di riparlarne nei prossimi incontri della rete, per lavorarci in modo più strutturato, per discuterla anche nel merito e capire come lavorarci insieme.

Il canale per ragionarci è la mailing list della rete nazionale dei beni comuni emergenti e a uso civico (si può chiedere l’iscrizione alla mail benicomuni.incomune@gmail.com).

Si propone anche di organizzare dei webinar di autoformazione sui temi del bilancio, che riguardano da vicino i beni comuni, ma risultano spesso molto tecnici per chi non se ne occupa da vicino.